(upgrade. sto ancora rompendo le scatole a tutti quanti con shame, per cui ora sviscero, sdrammatizzo, riverso, eccetera eccetera)

cosa vai a vedere?

shame

sceim? cos’è, barese? tu sei sceimm’..

e ho riso, col telefono premuto all’orecchio. riso forte. non è facile farmelo fare, ma mi piace farlo.

questo il pomeriggio prima del film.

da un pò di tempo mi chiedo quanta differenza può fare vedere un film in un dato momento temporale piuttosto che in un altro, e credo che si possa rispondere tutta la differenza del mondo.

somewhere* ad esempio. mi è sembrato fastidioso. talmente fastidioso che uscita dalla sala di shame mi sono detta ‘era questo che voleva dirci sofia coppola con somewhere’.

insomma, con le dovute differenze.

io voglio bene a sofia coppola. mi piace. andrò a vedere i suoi film. davvero. ma somewhere, aveva dentro questa cosa tremenda. era tipo la riproduzione della riproduzione del riflesso di un sentimento.

questo mi fa incazzare perché è come voler essere pettinati sempre.

non. puoi. farlo.

la gente sempre in ordine mi insospettisce. figuriamoci un film. un conto è l’estetica. un conto è la plastica fatta di polietilene.

in shame fassbender è tirato a lucido. persino quando è allo sbando, è smagliante. ma sta di merda. non passa un secondo senza che si capisca. il suo personaggio è un circo ambulante di grottesca sofferenza.

saranno le luci. sarà l’interprete. non lo so. io faccio la spettatrice, non la regista.

tra le quattro parole che mi sono venute in mente uscendo di sala però c’era anche onestà. c’erano freddo, onesto, scuro, brillante e pesissimo. le ho scritte subito in un sms, che però era in inglese. non erano quattro e non erano queste, ma il senso era quello. di certo c’era un suffered. che è la versione bella copia di pesissimo.

mai vista tanta carne ripresa così bene. esplicito senza pacche sulle spalle. sesso funzionale, sottoprodotto di una storia di cui peraltro non ci viene detto quasi nulla, se non quello che basta.

non siamo brutte persone, ma veniamo da un brutto posto.

mettere in piedi sullo schermo la storia di un sesso dipendente è un sfida di per sé. riuscirci così, è infinitamente apprezzabile. il rischio di farlo lo è. senza polietilene a salvarci.

credo che questa sia anche – in realtà – una crociata sulle statue di cera. una categoria della mia mente, in cui rientrano quelli che hanno cose che io non ho.

forse, fino a qualche giorno fa, non avrei amato troppo la scena ultima di shame. (il che mi fa tornare sulla questione del momento temporale). la scena che potremmo chiamare ‘del finale aperto’. quella in cui fassbender è nella metro, ri-incontra la tipa procace e si sente di merda più di prima. la storia finisce e noi non sappiamo cosa farà. e non lo sapremo neanche. perché qualsiasi sia la questione c’è da lottare duro. non importa se si tratta di ‘cercare di essere migliori’ o di trovare un complemento d’arredo. non è fare la scelta giusta. non solo. è anche – soprattutto – tenere la strada. tutti i giorni, senza passi falsi.

P.S. questo post sembra migliore con la colonna sonora del film in sottofondo. ascoltatela.

* un altro film che avevo in mente è melancholia, ma aveva meno attinenza.lo tengo  per la prossima crociata.

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